mercoledì 5 marzo 2008

L’esperienza del Gruppo Misa di Massimo Renzi

Articolo prelevato da 60019.it
Il caso talvolta sa tessere trame curiose, degne di un autore di fiction.
Pare che Giuseppe Cavalli fosse solito trascorrere le sue vacanze sulle Dolomiti, e durante uno di questi lunghi viaggi in auto si fermò per pranzare a Senigallia.
Era l’estate del 1938 e in seguito a quella circostanza fortuita Senigallia divenne dapprima la sua meta di vacanza e in brevissimo tempo la sua città adottiva, dove rimase fino alla fine dei suoi giorni.
Il giovane Ferruccio Ferroni aveva già iniziato a dilettarsi di fotografia quando, nel 1948, venne notato da un rivenditore di materiale fotografico che era in contatto con Cavalli, e aveva intravisto nel suo modo di fotografare un qualcosa che avrebbe sicuramente destato l’interesse del “maestro”.
L’incontro tra Ferroni e Cavalli segnò la nascita di un sodalizio tra allievo e maestro, cementato col tempo da una profonda amicizia e stima reciproca.
Ferroni condivide e “assorbe” le teorie estetiche di Cavalli, e su queste forgia la sua cifra stilistica, tant’è che sarà lui, fra tanti allievi che inizierà alla fotografia, colui che porterà avanti più di ogni altro, anche dopo la morte del maestro, i suoi insegnamenti.
Affermare però che tra i due vi fosse solo un rapporto di emulazione, oltre che irriguardoso nei confronti di Ferroni è non rispondente al vero: se è appurato che la poetica e il linguaggio di Cavalli amano a volte sconfinare nei territori della pittura, è altrettanto vero che l’approccio all’immagine da parte di Ferroni è univocamente fotografico; non potrebbero esistere le sue immagini, formalmente e concettualmente, se non mediante l’utilizzo esclusivo del mezzo fotografico, improntato all’eccellenza tecnica in ogni sua fase, dalla scelta della pellicola e dell’obiettivo fino alla carta sensibile e alla stampa finale.
Nel “patrimonio genetico” dell’immagine di Ferroni risiedono in ugual misura i caratteri propri dell’high key italiano, volto all’astrazione lirica, e quelli della scuola del gruppo F/64, che fa della perfezione tecnica la sua espressione poetica.
Numerosi appassionati di fotografia iniziarono intanto ad avvicinarsi a Ferroni per sottoporre al suo giudizio le proprie opere nella speranza che venisse riferito di loro a Cavalli, nei confronti del quale nutrivano una sorta di timore reverenziale.
Fu così che vennero presentati, a partire dal 1950, Adriano Malfagia, Silvio Pellegrini, Bice De’Nobili, Lisa Ricasoli e Mario Giacomelli.
A questo gruppo di giovani appassionati si univano con una certa regolarità i “vecchi” componenti della “Bussola”, da sempre in contatto con Cavalli.
Senigallia era insomma diventata un crocevia della cultura fotografica e uno dei salotti più ambiti della fotoamatorialità italiana.
Il 4 dicembre 1953, stando alla documentazione dell’archivio di Mario Giacomelli, venne costituito a Senigallia il “Gruppo Fotografico Misa”, composto da Giuseppe Cavalli (presidente), Adriano Malfagia, Mario Giacomelli, Vincenzo Balocchi, Piergiorgio Branzi, Paolo Bocci, Silvio Pellegrini, Riccardo Gambelli, Ferruccio Ferroni, Giovanni Salani, ai quali si unirono successivamente Luciano Ferri, Alfredo Camisa, Giuseppe Moeder, Bruno Simoncelli, Alfredo Novaro, Pio Baldo Camisa, Francesco Giovannini, Giulio Parmiani, Bruno Bulzacchi, Guelfo Marzola, Bice De’Nobili, Lisa Ricasoli, Sandro Rota, Giorgio Cantelli.
E’ probabile che nelle intenzioni di Giuseppe Cavalli il gruppo “Misa” avrebbe dovuto svolgere, almeno inizialmente, la funzione di “laboratorio sperimentale”, dal quale poi attingere gli elementi migliori da integrare alla “Bussola”.
Certamente egli aveva avvertito la necessità di un ricambio generazionale che portasse idee nuove al gruppo milanese, apostrofato dal “caro nemico” Monti, nel 1953, di essere poco attento ai mutamenti culturali in atto e di aver per questo intrapreso la fase discendente della sua parabola.Non aveva esordito con un manifesto programmatico – come invece aveva fatto la “Bussola” nel 1947- e quindi, teoricamente, il “Misa” offriva la massima libertà di espressione ai suoi iscritti, dichiarandosi altresì aperto a tutti quanti operassero nell’ambito della fotografia dilettantistica.Nella realtà sappiamo poi che non era facile non lasciarsi avvolgere dall’indottrinamento estetico di Cavalli e dalla sua avversità a ogni forma di realismo.
Uno che ci riuscì, Mario Giacomelli, ebbe a dire parlando del maestro: “Cavalli vedeva solo da una parte e allora litigavamo sempre”.
Il “Misa” infatti, come ogni gruppo fatto di persone che elaborano delle idee, non era esente da attriti e da tensioni interne; tuttavia il rapporto di amicizia tra gli associati costituiva un coagulante più forte di qualunque divergenza ideologica.
Dirà infatti Giacomelli, riferendosi all’esperienza del Misa: “..Un gruppo libero dalle polemiche in atto tra formalismo e neorealismo in cui ognuno parlava il proprio linguaggio, con umiltà di fronte al soggetto, liberi da ideologie politiche, pensando all’ amicizia, al dialogo, al rispetto di ognuno di fronte alla realtà”.
La prima importante esposizione del Misa si svolse a Roma presso la sede dell’Associazione Fotografica Romana nel maggio 1954, a pochi mesi dalla costituzione del gruppo, e a questa seguirono numerose altre iniziative.
Tra le principali va sicuramente segnalata la “II^ Mostra nazionale di Fotografia” del 19 marzo 1955, dove il Misa si aggiudicò il primo premio “per l’evidente superiorità qualitativa delle opere”.
In quella stessa occasione Mario Giacomelli ottenne quattro riconoscimenti per altrettante fotografie presentate.
La giuria, presieduta da Paolo Monti, ebbe ad affermare: “..la presenza di quelle immagini ci convinse che un nuovo fotografo era nato”.
Ironia della sorte, il “caro acerrimo nemico” di Giuseppe Cavalli aveva consacrato il suo allievo-ribelle quale “uomo nuovo della fotografia italiana”, e di fatto gli aveva spalancato le porte di un successo che lo avrebbe di lì a poco proiettato dalla dimensione provinciale fin lì conosciuta verso i più prestigiosi riconoscimenti internazionali.La circostanza conferì probabilmente un sapore amaro a questo che comunque e indiscutibilmente rappresentò un successo anche e soprattutto per Cavalli, una sensazione che si può facilmente cogliere da alcune sue riflessioni pubblicate nel 1956 sulle pagine della rivista Ferrania, dove esprime perplessità per il sempre crescente interesse della fotografia verso il neorealismo e i temi sociali, e amarezza per le incomprensioni con alcuni giovani che “..avendo ottenuto qualche successo iniziale si sono montati la testa al punto da ritenere fieramente per nemici tutti quelli che non la pensano come loro…. Anche se sono addirittura quelli stessi che gli hanno insegnato a tenere la macchina in mano..”.
Con la prematura scomparsa di Cavalli, avvenuta nel 1961, con la sospensione dell’attività fotografica da parte di Ferroni dovuta agli impegni della sua professione di avvocato e con Giacomelli che ormai aveva intrapreso la propria strada, la storia del Misa giunse a conclusione.
Grazie al lavoro di ricerca e documentazione del Museo dell’Informazione di Senigallia questo pezzo di storia della cultura senigalliese preserva la traccia indelebile di un periodo aureo della fotografia marchigiana, che è ancora in corso con le storie del “Centro Studi Marche”, dei “Fotografi del Manifesto” e di altre realtà che saranno oggetto di futuri approfondimenti.
La definizione “Scuola Misa” forse non risulta del tutto appropriata nel suo termine letterario, mancando oggettivamente una connotazione concettuale o stilistica, ben presente invece nel caso della “Bussola”, tuttavia l’esperienza del Misa ha costituito le basi per quella che poi di fatto è diventata la “Scuola Senigalliese” della fotografia, intesa come tradizione che si perpetua ad alti livelli, in attesa della nascita di un nuovo Giacomelli.
Il caso talvolta sa tessere trame curiose, degne di un autore di fiction. Pare che Giuseppe Cavalli fosse solito trascorrere le sue vacanze sulle Dolomiti, e durante uno di questi lunghi viaggi in auto si fermò per pranzare a Senigallia. Era l’estate del 1938 e in seguito a quella circostanza fortuita Senigallia divenne dapprima la sua meta di vacanza e in brevissimo tempo la sua città adottiva, dove rimase fino alla fine dei suoi giorni.
Il giovane Ferruccio Ferroni aveva già iniziato a dilettarsi di fotografia quando, nel 1948, venne notato da un rivenditore di materiale fotografico che era in contatto con Cavalli, e aveva intravisto nel suo modo di fotografare un qualcosa che avrebbe sicuramente destato l’interesse del “maestro”.L’incontro tra Ferroni e Cavalli segnò la nascita di un sodalizio tra allievo e maestro, cementato col tempo da una profonda amicizia e stima reciproca. Ferroni condivide e “assorbe” le teorie estetiche di Cavalli, e su queste forgia la sua cifra stilistica, tant’è che sarà lui, fra tanti allievi che inizierà alla fotografia, colui che porterà avanti più di ogni altro, anche dopo la morte del maestro, i suoi insegnamenti. Affermare però che tra i due vi fosse solo un rapporto di emulazione, oltre che irriguardoso nei confronti di Ferroni è non rispondente al vero: se è appurato che la poetica e il linguaggio di Cavalli amano a volte sconfinare nei territori della pittura, è altrettanto vero che l’approccio all’immagine da parte di Ferroni è univocamente fotografico; non potrebbero esistere le sue immagini, formalmente e concettualmente, se non mediante l’utilizzo esclusivo del mezzo fotografico, improntato all’eccellenza tecnica in ogni sua fase, dalla scelta della pellicola e dell’obiettivo fino alla carta sensibile e alla stampa finale. Nel “patrimonio genetico” dell’immagine di Ferroni risiedono in ugual misura i caratteri propri dell’high key italiano, volto all’astrazione lirica, e quelli della scuola del gruppo F/64, che fa della perfezione tecnica la sua espressione poetica.
Numerosi appassionati di fotografia iniziarono intanto ad avvicinarsi a Ferroni per sottoporre al suo giudizio le proprie opere nella speranza che venisse riferito di loro a Cavalli, nei confronti del quale nutrivano una sorta di timore reverenziale. Fu così che vennero presentati, a partire dal 1950, Adriano Malfagia, Silvio Pellegrini, Bice De’Nobili, Lisa Ricasoli e Mario Giacomelli.A questo gruppo di giovani appassionati si univano con una certa regolarità i “vecchi” componenti della “Bussola”, da sempre in contatto con Cavalli. Senigallia era insomma diventata un crocevia della cultura fotografica e uno dei salotti più ambiti della fotoamatorialità italiana.Il 4 dicembre 1953, stando alla documentazione dell’archivio di Mario Giacomelli, venne costituito a Senigallia il “Gruppo Fotografico Misa”, composto da Giuseppe Cavalli (presidente), Adriano Malfagia, Mario Giacomelli, Vincenzo Balocchi, Piergiorgio Branzi, Paolo Bocci, Silvio Pellegrini, Riccardo Gambelli, Ferruccio Ferroni, Giovanni Salani, ai quali si unirono successivamente Luciano Ferri, Alfredo Camisa, Giuseppe Moeder, Bruno Simoncelli, Alfredo Novaro, Pio Baldo Camisa, Francesco Giovannini, Giulio Parmiani, Bruno Bulzacchi, Guelfo Marzola, Bice De’Nobili, Lisa Ricasoli, Sandro Rota, Giorgio Cantelli.E’ probabile che nelle intenzioni di Giuseppe Cavalli il gruppo “Misa” avrebbe dovuto svolgere, almeno inizialmente, la funzione di “laboratorio sperimentale”, dal quale poi attingere gli elementi migliori da integrare alla “Bussola”. Certamente egli aveva avvertito la necessità di un ricambio generazionale che portasse idee nuove al gruppo milanese, apostrofato dal “caro nemico” Monti, nel 1953, di essere poco attento ai mutamenti culturali in atto e di aver per questo intrapreso la fase discendente della sua parabola.Non aveva esordito con un manifesto programmatico – come invece aveva fatto la “Bussola” nel 1947- e quindi, teoricamente, il “Misa” offriva la massima libertà di espressione ai suoi iscritti, dichiarandosi altresì aperto a tutti quanti operassero nell’ambito della fotografia dilettantistica.Nella realtà sappiamo poi che non era facile non lasciarsi avvolgere dall’indottrinamento estetico di Cavalli e dalla sua avversità a ogni forma di realismo.Uno che ci riuscì, Mario Giacomelli, ebbe a dire parlando del maestro: “Cavalli vedeva solo da una parte e allora litigavamo sempre”. Il “Misa” infatti, come ogni gruppo fatto di persone che elaborano delle idee, non era esente da attriti e da tensioni interne; tuttavia il rapporto di amicizia tra gli associati costituiva un coagulante più forte di qualunque divergenza ideologica.Dirà infatti Giacomelli, riferendosi all’esperienza del Misa: “..Un gruppo libero dalle polemiche in atto tra formalismo e neorealismo in cui ognuno parlava il proprio linguaggio, con umiltà di fronte al soggetto, liberi da ideologie politiche, pensando all’ amicizia, al dialogo, al rispetto di ognuno di fronte alla realtà”.La prima importante esposizione del Misa si svolse a Roma presso la sede dell’Associazione Fotografica Romana nel maggio 1954, a pochi mesi dalla costituzione del gruppo, e a questa seguirono numerose altre iniziative. Tra le principali va sicuramente segnalata la “II^ Mostra nazionale di Fotografia” del 19 marzo 1955, dove il Misa si aggiudicò il primo premio “per l’evidente superiorità qualitativa delle opere”. In quella stessa occasione Mario Giacomelli ottenne quattro riconoscimenti per altrettante fotografie presentate. La giuria, presieduta da Paolo Monti, ebbe ad affermare: “..la presenza di quelle immagini ci convinse che un nuovo fotografo era nato”.Ironia della sorte, il “caro acerrimo nemico” di Giuseppe Cavalli aveva consacrato il suo allievo-ribelle quale “uomo nuovo della fotografia italiana”, e di fatto gli aveva spalancato le porte di un successo che lo avrebbe di lì a poco proiettato dalla dimensione provinciale fin lì conosciuta verso i più prestigiosi riconoscimenti internazionali.La circostanza conferì probabilmente un sapore amaro a questo che comunque e indiscutibilmente rappresentò un successo anche e soprattutto per Cavalli, una sensazione che si può facilmente cogliere da alcune sue riflessioni pubblicate nel 1956 sulle pagine della rivista Ferrania, dove esprime perplessità per il sempre crescente interesse della fotografia verso il neorealismo e i temi sociali, e amarezza per le incomprensioni con alcuni giovani che “..avendo ottenuto qualche successo iniziale si sono montati la testa al punto da ritenere fieramente per nemici tutti quelli che non la pensano come loro…. Anche se sono addirittura quelli stessi che gli hanno insegnato a tenere la macchina in mano..”.Con la prematura scomparsa di Cavalli, avvenuta nel 1961, con la sospensione dell’attività fotografica da parte di Ferroni dovuta agli impegni della sua professione di avvocato e con Giacomelli che ormai aveva intrapreso la propria strada, la storia del Misa giunse a conclusione.Grazie al lavoro di ricerca e documentazione del Museo dell’Informazione di Senigallia questo pezzo di storia della cultura senigalliese preserva la traccia indelebile di un periodo aureo della fotografia marchigiana, che è ancora in corso con le storie del “Centro Studi Marche”, dei “Fotografi del Manifesto” e di altre realtà che saranno oggetto di futuri approfondimenti.La definizione “Scuola Misa” forse non risulta del tutto appropriata nel suo termine letterario, mancando oggettivamente una connotazione concettuale o stilistica, ben presente invece nel caso della “Bussola”, tuttavia l’esperienza del Misa ha costituito le basi per quella che poi di fatto è diventata la “Scuola Senigalliese” della fotografia, intesa come tradizione che si perpetua ad alti livelli, in attesa della nascita di un nuovo Giacomelli.

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